“Essere morti è come scrivere una storia: ci si prende ogni licenza possibile” (pag. 62)
E il vecchio Ettore Manfredini la mattina che si sveglia nel suo letto scoprendo di essere appena morto si prende tutto il tempo necessario per concentrarsi sulla propria vita e su quella degli altri. Come se con i giorni fosse finita anche quella grande distrazione che comporta l’essere vivi.
“Per la prima volta dal suo risveglio, intravedeva qualche spezzone della sua vita mortale come se fosse estraneo a se stesso e potesse assistersi nell’atto del trapasso” (pag. 41).
Inganno
Quando si affaccia sull’aldilà, Ettore ha 95 anni ed è il capostipite di un impero industriale alimentare, un bel traguardo per quel bambino povero della bassa emiliana che doveva farsi prestare le scarpe per presentarsi nella casa dei padroni. Con la lucidità che questa posizione inusuale gli concede rimette insieme le tessere del puzzle che è stata la sua lunga vita.
La famiglia Mnfredini abitava accanto al mattatoio kosher della famiglia Teglio, e il piccolo Ettore prende presto confidenza con le pratiche della macellazione. Con le leggi razziali i Teglio, che sono ebrei, sono costretti a fuggire e i Manfredini con un inganno ignobile riescono a impadronirsi dell’attività. È la svolta. Nel dopoguerra Ettore sposa addirittura Marida, unica superstite della famiglia Teglio, e diventa presto uno dei maggiori imprenditori dell’Emilia.
Dinastia
La mancanza di cultura (e di scrupoli) è compensata dal fiuto per gli affari così l’attività prospera. Dei quattro figli nessuno sembra aver ereditato il talento per gli affari, tantomeno il primogenito, Carlo, detestato dal padre. Le vicende – tragiche – delle altre figlie, Enrica, Edvige e Ester, e poi dei nipoti (Elio è inspiegabilmente l’unico amato dal nonno) fanno da contrappunto a tutto il racconto che attraversa gli anni della ricostruzione, il boom economico e la stagione del terrorismo.
La storia non fa sconti a nessuno così sul letto di morte il vecchio patriarca deve affrontare una resa dei conti dolorosa.
“Che senso avrebbe temere la morte se non significa nient’altro che tornare a quel niente assoluto da cui proveniamo? Cos’eravamo prima di venire al mondo? Eravamo forse nell’angoscia quando gli antichi egizi costruivano le piramidi, o i mastri medioevali le cattedrali? No: eravamosemplicemente nel grado zero della gioia e del dolore. Semplicemente non eravamo” (pag. 272)
Fois racconta una saga fuori dagli schemi, con una famiglia disfunzionale che non conosce amore, ma si muove sul piano dell’astuzia. Una dinastia fondata sulla carne e l’inganno, lontana da ogni senso etico.
La scrittura è densa ed evocativa, sempre sul punto di cadere nel gotico ma senza eccessi. Un flusso di memoria che a tratti diverte ed emoziona.
“Non si muore quando sei morto per gli altri, si disse, ma quando sei morto in te” (pag. 166)
titolo L’immensa distrazione
autore Marcello Fois
editore Einaudi
pagine 285, 2025, Isbn 9788806255671
Assonanze
romanzi su famiglie disfunzionali
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