Copertina del romanzo A casa di Judith Hermann pubblicato da FaziDella protagonista di questo romanzo intenso e duro non sappiamo molto, neanche il nome. Sappiamo solo che a un certo punto della sua vita decide di cambiare tutto. La figlia Ann a diciott’anni, come si usa nel Nord Europa, è andata per la propria strada. La convivenza con il marito Otis, un accumulatore seriale sempre sul punto di essere travolto da una frana di oggetti, è diventata impossibile. Così lei mette un punto e ricomincia da capo.

la svolta

Il primo passo è trasferirsi in una casetta vicino al mare, poi inizia a lavorare come cameriera nel pub della cittadina gestito dal fratello. Entrare in relazione con la gente del posto si rivela complicato, l’unica possibilità di amicizia si intravede con la vicina di casa, la coetanea, Mimi. Sarà lei a presentarle il fratello Arild, un agricoltore scorbutico con il quale la donna avvierà una goffa relazione.

Non è semplice cambiare vita. Neanche per la gente del Nord, abituata da generazioni a tagliare legami e radici. Non è facile far diventare casa un piccolissimo centro, abitato da altre anime fragili. Qui nessuno sembra risolto, tutti devono trovare il modo di convivere con cicatrici emotive importanti. Tutti hanno un disperato bisogno di casa e ognuno resta barricato nella propria infelicità.

deserto emotivo

In questo deserto emotivo Judith Hermann delinea personaggi in un certo senso inquietanti. Uno è la giovane figlia della protagonista, Anne, così indifferente alle proprie radici da non aver mai avuto la curiosità di conoscere la storia dei propri genitori (“non ha mai chiesto della mia infanzia né a Otis della sua“). Anche l’ex marito Otis, con il quale mantiene un rapporto amichevole, è un uomo problematico. Lui si definisce un collezionista di oggetti senza valore,  uno che “trae in salvo” le cose.
Irrisolto anche il fratello Chris, un sessantenne infantile, che perde la testa per Nike, una giovane devastata dalle dipendenze e dagli abusi subiti, il personaggio più dolente del romanzo. Nike da bambina veniva chiusa per ore in una cassa dalla madre, e non serve aggiungere altro.

In questo scenario da brividi il malessere emerge anche da conversazioni banali, come qualcosa che preme per uscire e alla prima crepa si rivela. Sono gli antichi ricordi che filtrano attraverso i gesti per preparare la colazione, sono le confidenze scambiate mentre friggono le uova per colazione. Davanti a una tazza di tè, i fratelli condividono un ricordo che fa ancora male. Quando erano bambini la madre li lasciava fuori per ore ad aspettare sulla porta di casa, senza un motivo.

Atmosfere da horror quotidiano che nascondono voragini simboliche e richiamano alla mente la scrittrice Agota Kristof (la ragazza cresciuta in una scatola potrebbe essere uscita da uno dei suoi romanzi inquietanti).
La prosa è lineare e mai banale, l’indagine psicologica abissale. La scelta di lasciare la protagonista senza nome è probabilmente mossa da un desiderio di rinascita, che si intravede difficile in questo ambiente desolato, senza speranza, dove tutti attraversano i giorni senza vivere davvero. Tutti rinchiusi come la piccola Nike in una scatola di cristallo, liberati ogni tanto solo per sfiorare altri vetri.

Un romanzo intenso, una storia a tratti insostenibile che non lascia passare neanche un raggio di sole, ma con una sua fredda eleganza.

 

titolo A casa
autore Judith Hermann
traduzione Teresa Ciuffoletti
editore Fazi
pagine 150, 2024, Isbn 9791259671677

 

Assonanze

Al mare, Dörte Hansen
Marlen Haushofer, La parete
Charlotte Wood, Devozione