
Leggermente, biblioteca di condominio, Milano
Maestose, anonime, istituzionali. Biblioteche ricche di edizioni rare o sedi di periferia con pochi libri stropicciati: io le amo tutte. Le amo perché in qualunque biblioteca io entri mi sento subito a casa. E qui bisogna fare un salto indietro, fino agli anni Settanta. Nel piccolo centro in cui sono cresciuta c’era una biblioteca comunale, anzi per essere precisi uno spazio studio distaccato della biblioteca pubblica. L’ho scoperta l’estate dei miei dodici anni, quando ricevetti in regalo una fantastica bicicletta azzurra con un cestino bianco. Cos’altro poteva servire a quell’età per partire alla scoperta del mondo? E infatti una delle prime esplorazioni mi portò proprio davanti al portone della biblioteca, un luogo che mi avrebbe aperto la strada verso altri mondi fantastici.
La sala di lettura era al primo piano di un triste centro multifunzionale, pochi tavoli ereditati da qualche ufficio dismesso, scaffali alle pareti, libri con le orecchie alle pagine, ragnatele in abbondanza e l’imponente schedario a cassette di metallo. Sulle schede gialline i titoli erano registrati a mano: la macchina da scrivere era un lusso riservato alla biblioteca centrale e i computer sarebbero arrivati vent’anni dopo. Almeno la catalogazione era “moderna”: sistema Dewey, quello ancora oggi in uso.
A disposizione dei pochi frequentatori c’erano i quotidiani, le riviste di informazione (decine di testate… un’altra epoca… quanto mi mancano!) e naturalmente i libri da consultare o da prendere in prestito. Il catalogo non era vastissimo, probabilmente oggi in casa ho più volumi, ma per una bambina curiosa e già abituata a leggere quella sala era Disneyland, il Paese delle meraviglie, il Paradiso.
La bibliotecaria
Ad accogliere chi aveva vinto la sfida con la scala ripida c’era una scrivania a favore di finestra e la mitica bibliotecaria. Non ricordo il suo nome, forse non l’ho mai saputo tanto non era necessario chiamarla, lei era “La Bibliotecaria”. Restava seduta alla sua postazione per tutto il pomeriggio, che coincideva con l’orario di apertura, imperturbabile alle grida dei ragazzini che si allenavano nel campetto da calcio sotto le finestre. Ho ancora davanti agli occhi il suo volto sorridente, i capelli biondi messi in piega con i bigodini, i golfini pastello da signora di mezza età (magari era più giovane, e mi scuso ora signora bibliotecaria, ma era così che la vedeva una dodicenne).
Spesso ero l’unica lettrice della giornata, e c’era tutto il tempo per fare conversazione tra un nuovo prestito e il timbro sulla tessera rosa con la sua firma svolazzante che certificava l’avvenuta restituzione.
Nel viavai dei prestiti diventò presto un’abitudine commentare le letture, consigliare quel mattone letto d’un fiato, mandare a quel paese il conte Vronskij, affacciarsi alla finestra con Micol, scuotere la testa all’ennesimo capriccio di Emma. Lei ascoltava con pazienza i riassuntini e le riflessioni con cui accompagnavo i romanzi da restituire, i commenti ingenui di una bambina che scopriva i classici di cui non capiva molto ma percepiva la grandezza. Non so se fosse una grande lettrice, ma era curiosa di storie e mi sembrava osservasse e cercasse di orientare la scelta delle letture con occhio materno. Sì, signora Bibliotecaria l’avevo intuito che certi titoli non erano finiti da soli “fuori posto”…
Tornare a casa pedalando veloce, con il cestino della bici pieno di nuovi libri presi in prestito è una delle immagini più belle di quella stagione.

Biblioteca Scuola Normale di Pisa
Avrei letto molto anche se non avessi potuto frequentare una biblioteca pubblica? Forse sì, fin da bambina nelle mie letterine dei desideri c’erano favole, storie per ragazzi, sempre libri. Non so se la mia passione per la lettura sia nata in quella sala male illuminata al primo piano di un palazzetto disastrato, certo la mitica bibliotecaria ha avuto il suo ruolo. Entrambe maneggiavamo i libri con rispetto e confidenza, consapevoli che dentro quelle copie consumate c’erano vite, pensieri, emozioni che era bello scoprire e di cui era bello parlare. Mi piace pensare di aver gettato lì, insieme a quella bibliotecaria, le basi del mio primo club di lettura.