Copertina del romanzo Il mio vero nome è Elisabeth di Adèle Ton pubblicato da Neri Pozza

Di Betsy ormai anziana tutti ricordano il sorriso mite e il vezzo di aggiustarsi i  capelli ai lati del viso. Quel gesto ripetuto aveva l’obiettivo di nascondere i segni sulle tempie, due cicatrici cave, rotonde. Il timbro della lobotomia.

Ma chi era Betsy? La bisnipote ha conosciuto il suo volto solo nelle fotografie in bianco e nero ma cerca di rompere il muro di omertà della famiglia e ricostruirne la vita e la sventura. Era una giovane donna nata negli anni Venti del Novecento, vissuta in Francia dove ha passato gran parte della vita ricoverata nei reparti di psichiatria con la diagnosi di schizofrenia.

Conformismo

Adèle Yon, che è scrittrice e ricercatrice, per ricostruire il ritratto dell’antenata usa i ricordi dei parenti, legge le carte di famiglia e la corrispondenza tra la bisnonna e il marito nel periodo della seconda guerra mondiale. Il risultato è un intenso romanzo biografico e di indagine che restituisce la memoria di una donna condannata al silenzio. Una ragazza a cui viene riconosciuto neanche il nome ufficiale, ma solo il diminutivo. Una donna due volte vittima: come figlia di una società patriarcale e come paziente di un sistema psichiatrico arcaico e spietato.

La giovane Betsy è vivace, è una persona che sa decifrare i propri desideri. Non proprio una ribelle, ma una ragazza che fa fatica a restare nel ruolo disegnato dalla società conformista. E quello che scrive nelle lettere al fidanzato lontano (siamo nel 1940, il promesso sposo è al fronte) non poteva essere più chiaro.
Non posso vivere chiusa in un barattolo, sfortunatamente non ho nulla della ragazza dolce e soave. Le obbedirò sempre ma ho bisogno di molta libertà“.

Non sono i messaggi che ci si aspetta da una futura sposa, e infatti il fidanzato André scrive: “non vedo come poter realizzare con Betsy l’unione che speravamo“.

Al matrimonio però si arriva, nonostante qualche incidente come l’abito da sposa bruciato per distrazione con il ferro da stiro. Arriva anche il primo figlio e con lui una grave depressione post partum. Ribelle e depressa. Non serve molto di più per confezionare una diagnosi di schizofrenia. E così comincia il calvario dei ricoveri e dei trattamenti per “normalizzare” una donna che sta stretta nel ruolo che la sua epoca le impone.

Medicina

Yon conduce in parallelo una ricerca sulla medicina psichiatrica della prima metà del Novecento. Sono anni spaventosi con medici senza scrupoli, sperimentazioni senza regole, interventi mostrati come prove di abilità. Una galleria degli orrori.

Come si faceva a pensare di entrare nella testa delle persone per “correggere” un comportamento? Come si pensava di “agire sulla materia bianca” per orientare le emozioni? E poi, perché sempre sulle donne?

Violenza

Illuminante la ricostruzione di un caso del 1951, di una donna ricoverata e sottoposta a lobotomia su pressioni del marito e del padre di lei. A questa donna, come a Betsy  “è stata tolta una parte del cervello che si diceva non funzionasse”. Più che la diagnosi medica contava il volere dei parenti (maschi). Di una moglie che rifiutava i “doveri coniugali” si diceva “è pazza”. Bastava poco per confezionare una diagnosi di schizofrenia, ancora meno perché si spalancassero i cancelli degli istituti psichiatrici.

Non è una lettura facile. Yon alterna testimonianza, ricordi, documenti dell’epoca. Un romanzo-inchiesta impegnativo, ma di chiara importanza.

 

titolo Il mio vero nome è Elisabeth
autore Adèle Yontraduzione Sonia Folin
editore Neri Pozza
2026, pagine 384

 

Assonanze

L’isola delle anime, Johanna Holmström
Génie la matta, Inès Cagnati
L’invincibile estate di Liliana, Cristina Rivera Garza