Si dice che negli ultimi istanti prima che cada la notte si riveda tutta la propria vita come un film. Un flusso di pensieri, immagini, ricordi, parole dal potere catartico. Roberto Bolaño ricrea questa situazione nel suo romanzo più oscuro.
L’io narrante di Notturno cileno è padre Sebastián Urrutia Lacroix, prete dell’Opus Dei e potente critico letterario, che dal suo letto di morte ripercorre tutta la sua esistenza con l’urgenza di dire tutto di sé, del Cile, del mondo.
Il flusso di memoria prende la forma di una girandola di desideri, peccati, compromessi, eventi politici e fatti immaginati.
Nel racconto compaiono personaggi veri e inventati, si intrecciano passato e futuro, si accavallano metafore politiche e spirituali (l’ossessione del senso di colpa…) in una costruzione onirica e simbolica che stordisce.
Un fiume travolgente di parole, una confessione dove si accavallano immagini, scelte, desideri, sogni, incontri senza soluzione di continuità.
Difficile la lettura anche per la scelta stilistica: non esiste un “a capo”, non ci sono interruzioni. Per leggerlo ci si deve tuffare dentro le pagine e sperare di restare a galla. Io sono uscita a riprendere fiato… ma non è previsto riprendere fiato se si vuole “davvero” leggere lo scrittore cileno. Cupo.
titolo Notturno cileno
autore Roberto Bolaño
traduzione Ilide Carmignani
pagine 125, anno di uscita 2000 (in Italia 2016)
Isbn 9788845930560