Non ho un’opinione sul caso di Garlasco e di certo sono tra i pochi in questo Paese di santi, poeti e investigatori. Indagini, scoop, sentenze popolari, retroscena, accanimento mediatico sui fatti di cronaca nera non mi appassionano. In questo caso ingarbugliato vedo soprattutto la tragedia. Una giovane donna assassinata, il dolore di una famiglia, la confusione di una comunità. 

Il libro del giudice Stefano Vitelli, pubblicato da Piemme, ha attirato la mia attenzione per il sottotitolo: un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia. Non allude a verità rivelate, non promette ricostruzioni inedite, non invita a iscriversi al partito dei colpevolisti o degli innocentisti. Non lo fa neanche lui, che ha emesso la sentenza al processo di primo grado. Avrà certo una sua idea su come sono andati i fatti ma non la dice, e fa benissimo. Perché la giustizia non è fatta di opinioni né di dogmi. La giustizia è cosa di uomini, quindi fallace, ma per essere equa (o almeno provarci) ha uno strumento potente a disposizione: il dubbio. Non per niente il principio aureo su cui poggia la regola della giustizia applicata  è “oltre ogni ragionevole dubbio”. E quello è il filo per trovare la via d’uscita dal labirinto.

Il caso

La storia giudiziaria di questo orribile crimine sembrava conclusa con una condanna definitiva, invece il caso Garlasco (il delitto è del 2007) oggi è tornato con nuovi interrogativi. Ma non è di questo che qui si parla. Stefano Vitelli è il magistrato che nel 2009 chiuse il primo grado di giudizio con una assoluzione. Alla domanda “poteva dire che l’imputato era colpevole oltre ogni ragionevole dubbio”? La sua risposta era “no”. Il verdetto non poteva essere diverso.
In questo libro, scritto con il giornalista Giuseppe Legato, il giudice ripercorre le tappe della vicenda – dagli interrogatori alle intuizioni, dai sospetti alla valutazione degli indizi. E soprattutto riflette sul valore dei dubbi. Deciso ad accoglierli tutti, pronto a cogliere “ogni frammento di verità”. Analisi, perizie, testimonianze, riflessioni hanno portato quel giudice a collocare il delitto dentro i confini del ragionevole dubbio. Non oltre, come impone la legge. E questo mostra le ragioni di una sentenza ma anche il volto umano della giustizia.

Giudici e letteratura

Passando dalla realtà alla finzione letteraria, non sempre il ruolo del giudice è edificante. Nella letteratura ottocentesca francese le toghe sono spesso dipinte come il frutto malato della potentissima burocrazia. Chi vorrebbe trovarsi in tribunale a dover convincere i giudici di essere vivo, come succede al povero Colonnello Chabert, di Honoré de Balzac? Un secolo dopo le cose non sembrano essere granché cambiate se Albert Camus tratteggia un sistema giudiziario ostile (La caduta) e la giustizia come fenomeno surreale (Il processo).

Ma il giudice oltre a essere esecutore della legge è anche umano. Lo ricorda il personaggio luminoso della giudice dell’alta corte britannica Fiona Maye, la protagonista di La ballata di Adam Henry che nel romanzo di Ian McEwan si trova a dover decidere su un caso delicatissimo: un ragazzo malato di leucemia che per ubbidire a una convinzione religiosa rifiuta le cure che potrebbero salvarlo.

Chissà che cosa avrebbe fatto il retto giudice Taylor del Buio oltre la siepe (Harper Lee), che nell’Alabama razzista degli anni Trenta cerca invano di garantire l’equità in un processo già scritto.

Integerrimi o corrotti, non c’è mai via di mezzo nei personaggi dei giudici che popolano i mille e uno legal thriller made in Usa (Grisham, Turow, Connelly…), spesso usati come figure funzionali per evidenziare aspetti della società, dalle ingiustizie sociali alla corruzione.

Etica

Nella letteratura italiana degli ultimi vent’anni, così ricca di indagini, investigatori, avvocati e tribunali, i magistrati certo non mancano, dall’una e dall’altra parte della pagina. E molti scrittori hanno ammesso, con Andrea Camilleri in testa, di essere stati affascinati dalla figura del giudice.

Va al cuore del ruolo un libro scritto negli anni Cinquanta, ma ancora molto attuale: Diario di un giudice di Dante Troisi (Sellerio). L’autore, scrittore e magistrato lui stesso, propone in forma di diario le riflessioni di un giudice negli anni del dopoguerra. Tra etica professionale e sensibilità umana si collocano anche i magistrati che si incontrano in due romanzi di Giorgio Fontana pubblicati da Sellerio. In Per legge superiore un caso di routine risveglia il tarlo del dubbio in un sostituto procuratore milanese, che abbandona il cinismo e torna a riflettere sul senso della giustizia. In Morte di un uomo felice a fare luce negli anni bui del terrorismo è lo sguardo limpido del giudice Colnaghi, un uomo che cercava di “aiutare le persone, non trattarle come parti nel gioco del processo”.

Insomma, giudici umani come quello a cui spera di rivolgersi l’imputato di Georges Simenon in Lettera al mio giudice (Adelphi). Raccontando la sua storia a chi lo giudicherà non cerca clemenza, non si giustifica, ma chiede solo essere “visto” come persona.

 

 

titolo Il ragionevole dubbio di Garlasco
autore Stefano Vitelli, Giuseppe Legato
editore Piemme
Pagine 144; 2026, Isbn 979122380172

 

Romanzi con giudici

La ballata di Adam Henry, Ian McEwan (Einaudi)
Il buio oltre la siepe, Harper Lee
Per legge superiore, Giorgio Fontana (Sellerio)
Morte di un uomo felice, Giorgio Fontana (Sellerio)
Diario di un giudice (Dante Troisi) Sellerio

Dentro la giustizia

Emmanuel Carrère, V13
L’invincibile estate di Liliana, Cristina Rivera Garza
Prima facie, Suzie Miller